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24 Apr

L’ABITO MIGLIORE

2^ domenica di Pasqua – anno A – 2014

Cambiano le mode e i tempi ma per le grandi occasioni si indossa l’abito più bello, più elegante. Attraversiamo tutti l’età della ribellione, della pretesa di essere diversi esagerando nella stravaganza del vestire o nel bisogno opposto di indossare capi “firmati” per essere accettati credendo erroneamente di elevarci su altri. L’abito migliore, quello che viene indossato quando ci si reca in chiesa è detto, nella lingua popolare portoghese: “vestito per vedere Dio”. Questa espressione nasce dalla convinzione che, di domenica, la comunità in festa si raduna per “vedere il Signore”.

E’ un  giorno di gioia perché, come a Pasqua e “otto giorni dopo” (Gv 20,19.26) il Risorto si rende di nuovo presente in mezzo ai discepoli riuniti, riscalda i loro cuori, aprendoli alla comprensione delle Scritture e “allo spezzare del pane” apre i loro occhi e si fa riconoscere (Lc 24,31-32). Tutti gli evangelisti mostrano uno scarso interesse sulla precisione cronologica, eppure su una data concordano perfettamente: “il primo giorno dopo il sabato” che noi oggi chiamiamo domenica, giorno in cui videro il Signore. Per questo fin dalle origini i cristiani scelsero questo giorno per dedicarlo all’ascolto della parola, per evitare il rischio di passare dalla parte degli increduli, dalla parte di coloro che in modo superficiale e affrettato non cercano, non indagano per collegare gli eventi della vita, la storia personale e la storia della salvezza senza cogliere la presenza continua del Risorto. La domenica è il giorno per i cristiani, per ricordare e celebrare la Santa cena, per non lasciarsi fagocitare dalla mensa del mondo che riempie di vuoto e competizione, il giorno che l’uomo di fede dedica alla comunione, alla preghiera e al riposo.

La domenica giorno della condivisione e della solidarietà verso le persone più povere. Come scrive S. Paolo ai Corinti, ciascuno metteva da parte ciò che era riuscito a risparmiare e presentava il suo dono a sostegno della situazioni più bisognose della comunità (1Cor 16,2) o le inviava alle comunità più povere.

Come spesso accade non tutti sono presenti: chi ferito e deluso dai testimoni cerca altrove la pace, chi è distratto o attirato da altri messaggi, chi impegnato dai passioni e interessi personali, chi isolato nelle proprie convinzioni, chi affaticato da ricatti lavorativi, chi impedito da malattie o trattenuto nel letto della pigrizia, chi è inebriato dallo stordimento notturno, chi come l’apostolo Tommaso si era allontanato dalla comunità sfidando i giudei che incutevano paura e usavano violenza verso i testimoni di verità, per ritornare nei luoghi dei primi incontri.

Tommaso aveva perso il primo incontro del Signore Risorto con i suoi apostoli, ma viene informato dai suoi amici. L’obiezione di Tommaso e il rifiuto della testimonianza: “io non crederò se non vedo e se non tocco”, non è una gretta obiezione e neppure la resistenza di un razionalista, ma è la reazione di colui che vuole imporre delle convinzioni personali, rivendicando i diritti dell’assente, di fare come vorremo noi una esperienza personale. Noi apparteniamo ai cristiani della terza generazione, cioè a coloro che non hanno incontrato direttamente il Risorto, né che hanno incontrato i testimoni del risorto, ma siamo coloro che possono indossare l’abito migliore, l’abito della beatitudine che credono senza avere visto. Tommaso accetta di ritornare nella comunità di origine, incontra la gioia degli amici, la luce dei loro occhi, la bellezza del loro messaggio e si lascia spogliare da Gesù dall’incredulità e dal dubbio per vestire con la gioia e riuscire a proclamare: “mio Signore e mio Dio”.

don Andrea

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