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01 Ott

CHE FARÒ ?

266° XXV^ DOMENICA T.O. anno C – 2022

             Il conto! Grazie. Prima o poi si paga sempre. A volte si aggiunge che il conto, è “pure salato!”.

Non sono solo modi di dire, ma un promemoria per ricordarci che i nostri atteggiamenti e le nostre scelte hanno delle conseguenze. Possiamo agire per ignoranza, per scaltrezza o furbizia, in buona fede, ma la vita non fa sconti a nessuno. Prima o dopo la verità ci interroga, ci spoglia dall’inganno, ci chiama a responsabilità.

 Spesso i conti non tornano, là dove cattiva amministrazione o corruzione, sofferenza o ingiustizia, impediscono di usare con sapienza i beni e le relazioni. Quanta confusione, quanta avidità? E’ tutto perduto? Dobbiamo rassegnarci o chiederci ancora una volta: “Che farò?”.

Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta. […]  Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,1-9).

Che farò ora? Nessuno di noi possiede la terra, siamo semplici amministratori di beni e dei doni ricevuti. Spetta a noi gestirli e usarli per arricchirci o arricchire. Il mondo con il suo modo di pensare, ci spinge senza scrupoli a derubare in maniera disonesta. Gesù non spreca la furbizia e la scaltrezza che usiamo, ma ci invita ad investire per un bene comune che sia ricco di relazioni gratuite, perché espressione di una comunione e di un aiuto reciproco.

Che farò ora? E’ un tempo in cui non possiamo più sperperare. Quasi con una vena di sconforto il vangelo di Luca narra la pigrizia dei figli della luce. I figli delle tenebre vivono di passioni e di passione, forse noi cristiani semplicemente ci adattiamo a una morte lenta che spegne la speranza e l’impegno.

Che farò ora? Come cristiani non dobbiamo entrare nella logica dell’accumulare, ma piuttosto consegnare ogni potenzialità alla vita per migliorare e desiderare degli uomini felici, ricchi di fraternità, pazienza e solidarietà. La logica del possesso esclude Dio ed esclude il prossimo. Ci isola lentamente dimenticando e rifiutando il grido dei deboli, di coloro che cercano solamente di essere riconosciuti come figli, uomini e fratelli.

Che farò ora? Questo amministratore si interroga: usa la sua scaltrezza per farsi amici senza giustificarsi di fronte ai suoi limiti. Si impegna e si attiva nuovamente per investire per i beni eterni, e costruire relazioni sulla carità.

Che farà ora? Ci saremo aspettati un Gesù severo, che presenta il conto salato all’uomo disonesto. La scrittura stessa dice: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: «Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l'efae aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano»». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere!”(Am 8,4-7). Gesù consegna un tempo di verità e consapevolezza, ricordandoci di fare del nostro meglio per alleggerire la sofferenza e l’ingiustizia che ci circonda.

d. Andrea

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