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06 Nov

XXIX^ domenica T.O. – anno B – 2021

La nostra mente cerca in continuazione di associare ciò che incontra. Tra i bisogni, ne distingue tra primari e secondari. C’è infatti una gerarchia ben precisa tra l’urgenza di respirare, mangiare, bere, dormire – bisogni primari – dal desiderio di un telefono, di un’auto nuova o la prima fila in un teatro – bisogni secondari. Distinguere, separare, premiare, acclamare, quale bisogno profondo nasconde? Essere riconosciuti, amati, apprezzati, temuti, dove lo collochiamo?

Salire sul podio non è impresa facile. I posti sono solo tre. Gli altri sono perdenti, non hanno visibilità, sono esclusi dalla gloria, dalla fama, dal successo. Non si tratta solo di prestazioni. Si può semplicemente pretendere di avere l’ultima parola in una discussione, o guardare dall’alto con presunzione gli altri, per evitare prospettive diverse e pretendere privilegi.

Il primo scisma della chiesa è avvenuto sotto gli occhi di Gesù: due discepoli contro dieci e dieci contro due (Mc 10,35-41). Il motivo del contendere, non è una discussione teologica o il rifiuto di qualche dogma, ma la smania del potere, la competizione per i primi posti. Fu l’inizio di una dolorosa storia di divisioni e conflitti ecclesiali, sempre determinati da rivalità meschine. Quando qualcuno vuole prevalere sugli altri, il gruppo si sgretola.

Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»” (Mc 10,35-37).

In altre parole quel giorno Giacomo e Giovanni dissero: Signore facci salire sul podio della tua gloria,pensando ad un Messia vincitore e dominatore, pronto ad umiliare i nemici. La domanda sembra lecita nella logica del mondo, quando si sceglie di impegnarsi per qualcuno che ha grande seguito. Ma Gesù quel giorno aveva appena annunciato per la terza volta le sue vere intenzioni: andare a donare la sua vita a Gerusalemme, per essere testimone della verità, ma proprio per questo essere rifiutato, da chi gestiva il potere in nome di Dio e la sua immagine distorta.

Il servo del Signore è cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53, 2a.3a.10-11).

Gli uomini vogliono vincere non perdere. Cercano di dominare non di servire. Dio la pensa in modo opposto e, per educare il suo popolo ad accettare la logica del dono della propria vita, fin dall’Antico Testamento ha indicato un modello: il Servo fedele. Noi sappiamo che quest’uomo è Gesù. Prima di essere rifiutata la logica di Dio sul piano teologico, è radicata nei nostri desideri più profondi, quella di prevalere sugli altri. In questo egoismo collettivo è inevitabile l’uso della violenza.

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10, 41-44).

Nessuno è escluso da questo sistema competitivo. E’ figlio del peccato, del rifiuto di Dio. Ma se proprio dobbiamo primeggiare, Gesù offre un’opportunità. Non servono terapie contro le depressioni, le delusioni della sconfitta, o farmaci per gestire stati emotivi alterati.

Solo se accettiamo e desideriamo servire, la nostra felicità può essere ritrovata. Siamo responsabili del nostro futuro. Dobbiamo ammettere che il podio del mondo ci consegna il successo, a volte la ricchezza, ma non l’appagamento più profondo.

Nella logica della sconfitta impariamo a gridare aiuto, a riconoscerci bisognosi, per raggiungere insieme quegli obiettivi che da soli non potremmo gustare. Giù dal podio del mondo, il Signore da senso al nostro battesimo. Una immersione nelle nostre debolezze, nelle nostre paure più profonde, per trovare le parole e i modi per invocare salvezza.

C’è spazio per servire e per donare la propria vita in riscatto per molti, per istruire le nuove generazioni. “Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»” (Mc 10,45). Sono pochi quelli che accolgono questa logica. Forse è questo il motivo per cui siamo sempre in guerra, in conflitto.

Aiutaci Signore a bere dal tuo calice, non per ubriacarci e dimenticare il dolore del mondo, ma per esprimere in pienezza la nostra capacità di amare gratuitamente. Solo così saliremo sul posto più alto del podio

d. Andrea

 

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