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04 Set

 246° XXIII^ domenica T.O. – anno B – 2021

Ci sono due tipi di viaggi: quello esterno, che ti porta lontano da casa, per visitare luoghi mai visti, abitati da persone diverse per storia, cultura, ritmi, abitudini, tradizioni, ideologie. E’ la ricerca della libertà e di emozioni nuove, ma non sempre questo viaggio ripaga e riempie le aspettative riposte. Il secondo è quello interno, che ti invita ad esplorare quell’infinito che è in noi, nella complessità e nell’avventura di chi ancora attende di essere istruito e orientato, nelle coordinate dello spirito, per ritrovare gioia e pace. E’ un viaggio per molti ritenuto inutile, giudicato troppo impegnativo, dove la consapevolezza e la verità sono considerate pericolo mortale.

 “Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!»(Mc 7,31-34).

 Possiamo leggere il vangelo anche per conoscere l’itinerario geografico della storia di Gesù. Un uomo che ha il coraggio di uscire dai confini “nazionali” (Tiro e Sidone - Libano), per poi incontrare uomini pagani nella Decàpoli ( tra Siria e Giordania) che lo cercano perché incapaci di risolvere i drammi della vita. Gesù compie un itinerario che lo porta lontano da casa, dalla sua gente, in terra ostile e all’apparenza poca adatta per ristorarsi. Ma come sempre accade, la vita ci consegna sorprese che superano i nostri pregiudizi.

 Gesù fa del suo viaggio un’occasione per incontrare, ascoltare, accogliere e guarire. Un viaggio pubblico, che diventa privato. Porta il sordomuto lontano dalla folla, in disparte, per compiere la liberazione-guarigione del malato. Qui opera il viaggio interno, nascosto ai più, riservato a che viaggia con fede, per vedere e ascoltare oltre il conosciuto. Viaggia con prudenza dentro quel mondo che con i suoi meccanismi di controllo e vigilanza, sempre più sofisticati, impedisce ogni azione libera che non sia protocollata. E’ quella scienza che nega il mistero e una verità assoluta.

 Gesù non si appoggia ad un tour operator per ottenere garanzie, non stipula assicurazioni per la vita, per evitare quegli imprevisti sempre presenti nei viaggi veri. Non è in un’area confort, né in una clinica privata, ma in terra di missione, terra malata che attende speranza. Non rimane spettatore e semplicemente meravigliato di ciò che incontra, ma entra nella storia di quegli uomini, consegnando loro un sospiro, non di rassegnazione o di indifferenza, ma un soffio che apre e guarisce.

 La terapia si svela gradualmente: mani, saliva, contatto, sguardo, sospiro, parola; come in ogni viaggio si accoglie tappa dopo tappa il suo svelarsi per gustare i cambiamenti in atto. E’ la vita nuova del battesimo, un viaggio sacramentale per avvicinarci all’amore vero.

 Oggi come cristiani siamo chiamati ad uscire dalle nostre comodità statiche, se vogliamo dare un senso profondo alla nostra fede. Una chiesa che non incontra non salva! Una chiesa che non osa viaggiare verso quei luoghi che ancora non ha visitato, all’apparenza lontani ma così vicini a noi, perde il suo mandato: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15).

 Gesù viene pregato di imporre le mani. E’ quel gesto ancora oggi visibile nell’azione sacramentaria della chiesa, per aiutare ogni uomo a viaggiare senza paura nelle vicende del mondo. Le mani inoperose rivelano e raccontano quelle chiusure che rallentano o addirittura impediscono ogni movimento. Le mani di Gesù vogliono servire il cielo.

 Non c’è mai un luogo sicuro nel viaggio, ma si può stare al sicuro se amiamo quel Dio che racconta il suo amore con chi annuncia il suo bene: “con il cuore si crede … con la bocca si fa la professione di fede per ottenere la salvezza. Chi crederà in Lui non rimarrà confuso … Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sonostati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!” (Rm 10,10-15).

 Ogni viaggio ci consegna un’esperienza, ma spetta a noi scegliere il messaggio da raccontare. Possiamo arrivare in terra straniera per isolarci, abitarla con paura e in totale egoismo. Oppure trasformare ogni incontro per aprire ai “sordomuti” gli orecchi e la bocca, perché possano iniziare la loro esperienza verso il cielo e la salvezza.

 Una comunità cristiana vive per allontanare la confusione nell’orientamento alla vita eterna. Abbiamo bisogno di credere, non per vaneggiare e sognare mete inesistenti, ma per procedere verso il Signore che rende vero il viaggio. Abbiamo bisogno di una nuova chiesa che sappia essere credibile, non perché ha una buona dottrina o un’ampia morale, ma perché è abitata da uomini che sono stati guariti, che hanno qualcosa da raccontare del loro viaggio interiore con il Signore.

 Tutto può rivelarsi inutile se rimaniamo “sordomuti”, se non accogliamo i racconti di chi incontriamo, la “parola viva” che salva, e non accettiamo di raccontare la nostra fede. Mettiamoci a servizio con amore per coloro che attendono semplicemente di essere accompagnati ad incontrare Cristo Risorto.

 

d. Andrea

 

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