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16 Gen

EMBLÉPEIN

II^ domenica T.O. – anno B – 2021

Percepire! Mi ha sempre affascinato questa parola. L’ho sentita tardi nella mia vita. E’ sempre stata preceduta da: capire! La nostra educazione è spesso sbilanciata su ragionamenti che la nostra mente – mentalità – partorisce per definire giusto o sbagliato. Si spende tanta energia per consegnare a chi incontriamo un pensiero unico, che impedisce di vedere oltre, di esplorare la profondità e l’ampiezza della vita, cosi ricca di novità, cambiamenti e prospettive. Un mondo che boicotta su molti livelli – culturale, economico, politico e spirituale - quella possibilità di indagine, di speranza, consegnata agli uomini liberi, o per meglio dire, liberati da pregiudizi e paura. Percepire aiuta a non essere ingenuo e sprovveduto di fronte al male e alle sue seduzioni.

Se amando proviamo solo a “capire” l’altro, ci troveremo sicuramente con delusioni e ferite che la nostra mente non saprà gestire. L’amarezza e la delusione ci consegneranno una sconfitta, la fine di un tempo statico. Ma è proprio in quel momento che può accadere l’emblépein, il guardarsi dentro. Percepire è attraversare lo spazio e il tempo senza la paura del risultato. E’ accogliere la realtà con una prospettiva in movimento, per ricevere tutto il nuovo che la vita ci vuole consegnare. Quei passi e quelle scelte fatte con fede, in ascolto di tutto ciò che abbiamo a disposizione, per orientarci verso la pienezza, nell’umiltà e consapevolezza che tutto è un dono, nulla va posseduto, sprecato, neppure i fallimenti.

Percepire è come fiutare, annusare qualcosa oltre le parole, le convinzioni, i pregiudizi e gli attaccamenti. Il guardare dentro ci protegge dalle illusioni, tanto pericolose quando si sceglie di amare. E’ restare liberi di ricominciare, di accettare che può finire un tempo e un compito. Servono anni per percepire chi siamo e chi veramente abbiamo accanto. E’ così nella vita, nel lavoro o nei nostri affetti più intimi. Se ci si ferma solo a capire, si diventa aggressivi, giudicanti e infelici. Emblèpein non è il permesso di abbandonare qualcosa o qualcuno, per assecondare vizi e passioni, ma il coraggio abbandonarsi ad una volontà superiore.

“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro” (Gv 1,35-42).

Emblèpein, è fissare lo sguardo, è guardare dentro, contemplare l’intimo di una persona. Lo fa Giovanni Battista mentre passava Gesù. Non vede solo un uomo, ma lo indica come l’agnello di Dio. Per chi ascoltava e conosceva la molteplice simbologia dell’immagine, viene offerta una prospettiva nuova sulla vita, sul dramma della sofferenza, sul mistero di ogni giorno. Giovanni orienta le anime che lo seguivano: “fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù”.

Percepire è lasciarsi guidare da un’intuizione, che diventa storia, progetto e compito. E’ raro incontrare uomini che guardano dentro, che fissano lo sguardo per trovare luce e speranza in Gesù. Vogliamo sempre e solo capire perchè accade questo o quell’altro evento, rimanendo schiavi di quel pensiero unico, che tanto conforta, perché ci evita la fatica di gestire con coraggio la nostra fede nelle cose eterne e vere.

Vogliamo “capire” per dominare o semplicemente accusare, perché non accettiamo i limiti che la vita ci ha consegnato, rifiutando ed escludendo Dio per rimanere nell’inedia con cui satana ci seduce.

Emblèpein, è l’unica risorsa a cui attingere per non ritrovarsi a dire: “se mi fossi ascoltato, questa cosa sarebbe andata in maniera diversa”, oppure: “come mai non l’ho visto prima e ho così sprecato tanti anni della mia vita?”.

Gesù è l’uomo che consegna la percezione più profonda. E’ colui che ci fissa per rivelarci chi veramente siamo. Senza questo sguardo restiamo semplici “pescatori”, figli di una storia che non rinnova e non completa nulla. “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro”.

Udire con percezione diventa vocazione, per condurre altri in questa esperienza di salvezza. Sarebbe bello in questo tempo di pandemia poter dire che abbiamo trovato il Messia. Una chiesa, un mondo, che non si lascia più confondere perché vuole sempre e solo capire. Proviamo ad incrociare lo sguardo con Gesù che passa in questo tempo, e con coraggio gli lasciamo compiere l’emplèpein.

Siamo chiamati a guardarci dentro, per accogliere il nostro vero nome che diventa compito. Sarà possibile farlo se cominciamo ad esplorare con verità le nostre intenzioni più profonde, per tornare ad amare Gesù Cristo. Ci aiuti il silenzio, la preghiera personale e comune. L’isolamento forzato di questo tempo, ci offre l’occasione per la lettura di quella “Parola”, che racconta la percezione più profonda della storia.

d. Andrea

 

 

 

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