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28 Nov

I^ domenica di Avvento anno B - 2020

Porre buone domande, utili e preziose non è mai scontato. Per mia esperienza personale, questo accade solo nelle persone che attraverso la sofferenza, hanno saputo andare “oltre”, in profondità. Questo tempo ci consegna non solo una restrizione economica, dei limiti nei movimenti e negli incontri, ma una bassa marea che ci permette di mettere i piedi in luoghi irraggiungibili, sommersi dalle acque e in alcuni momenti impraticabili. E’ il tempo di una verifica delle nostre scelte, delle nostre priorità e valori, per ammettere errori e ricercare nuova sapienza. Non vogliamo solo ridurlo a un tempo di denunce, l’uno contro l’altro per sterili accuse. E’ tempo di verità. Non è solo l’inizio dell’avvento, in senso liturgico, ma del coraggio di essere una generazione nuova, un popolo che si consegna con consapevolezza a Dio, nella ricerca autentica della sua volontà.

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario, i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo? Siamo diventati da tempo gente su cui non comandi più, su cui il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,16b-19).

Oggi abbiamo la maturità per raccogliere la potenza delle domande che il profeta Isaia rivolge alla sua gente, un popolo deportato in Babilonia, privato delle sue sicurezze economiche, della sua religiosità, schiavo dei suoi tradimenti. E’ evidente per tutti gli uomini e per tutti i tempi una cosa: siamo creati liberi di riconoscerci figli di un “padre-redentore”, liberi di vagare lontano dalle sue vie, di indurire il nostro cuore a tal punto da rifiutarlo e rinnegarlo.

Perché Signore tanta libertà? Perché permetti a ideologie straniere di denigrare la tua chiesa, la nostra cultura cristiana? Perché le nostre chiese sono sempre più vuote, i pastori sempre meno incisivi e credibili? Perché Signore i tuoi figli battezzati con facilità ti rinnegano, ti tradiscono e calpestano i luoghi santi? Perché la tua parola da tempo non ci comanda più, non è più scelta come ancora di salvezza? Perché arriva l’alta marea che ci sommerge con la sue onde di violenza e abusi?

Perché Signore nelle nostre scuole e nelle nostre università non si può insegnare l’amore gratuito, la gioia del donarsi, una sessualità che non diventi possesso o semplice pornografia, la pazienza e la misericordia per i nemici? Perché non nascono politiche che permettano ritmi e scelte a sostegno della famiglia? Perché non torniamo a coltivare la terra nel rispetto dei suoi equilibri e dei suoi cicli? Perché la tua chiesa sta confondendo più che orientando con coraggio? Perché dobbiamo attendere uno squarcio dal cielo, come un meteorite che cattura la nostra attenzione, che brucerà con la sua scia le nostre illusioni e con il suo impatto scuoterà le coscienze, per ricordarci che siamo solo figli ribelli e disobbedienti?

“Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli” (Is 64,2-4).

Non è il tempo delle parole vuote, ma l’inizio di nuovi desideri che diventano forme concrete di giustizia vissuta nella gioia. Tu Signore ci consegni questa forza se confidiamo in te, se invochiamo il tuo nome. Gli uomini esiliati che scelgono cammini lontani da te, fanno esperienza di delusione, solitudine, vergogna, infelicità, paura, perché sono le amare conseguenze del peccato.

Perché Signore non impedisci il male? Perché non ci preservi dai fallimenti e dalle scelte di morte? Perché permetti che i vizi e le passioni ci allontanino dal tuo amore?

“Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità.

Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. Signore, non adirarti fino all'estremo, non ricordarti per sempre dell'iniquità. Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo. Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion, Gerusalemme una desolazione. Il nostro tempio, santo e magnifico, dove i nostri padri ti hanno lodato, è divenuto preda del fuoco; tutte le nostre cose preziose sono distrutte. Dopo tutto questo, resterai ancora insensibile, o Signore, tacerai e ci umilierai fino all'estremo?” (Is 64,5-11).

Quanto sono attuali queste parole di Isaia. Le città impure sono diventate vuote, desolate, prive della consapevolezza spirituale della vera causa di questa iniquità, di questa pandemia. Tu Signore ti sei esposto al rischio di ricevere un “No” umiliante dai tuoi figli, perché ci lasci liberi. E’ il tuo segreto, è la tua scelta, è la tua forza, è il tuo mistero.

Non adirarti Signore. Vogliamo essere tuo popolo. Iniziamo a pregare insieme, a pregare in famiglia, a ritrovarci nel tempio, non per ricevere risposte vuote, ma per attendere la tua luce dopo le tenebre della notte. Non semplice e ripetitiva giaculatoria, ma un restare con te. Vogliamo accogliere il nuovo che tu ci vuoi consegnare.

d. Andrea

 

 

 

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