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21 Lug

ACCOGLIENZA

185_XVI^ domenica T.O. anno C - 2019

“Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra” (1Cronache 29,15). In queste parole del re Davide si coglie la lezione che il popolo di Israele ha assimilato dall’esperienza del deserto: è vissuto in tende per quarant’anni, senza fissa dimora, ha chiesto ospitalità ad altri popoli e spesso gli è stata rifiutata, così ha imparato ad apprezzare l’accoglienza.

“Mosè mandò da Kades messaggeri al re di Edom, per dirgli: «Così dice Israele, tuo fratello: «Tu conosci tutte le tribolazioni che ci hanno colpito. I nostri padri scesero in Egitto e noi in Egitto dimorammo per lungo tempo e gli Egiziani maltrattarono noi e i nostri padri. Noi gridammo al Signore ed egli udì la nostra voce e mandò un angelo e ci fece uscire dall'Egitto; eccoci ora a Kades, città al confine del tuo territorio. Permettici di passare per il tuo territorio. Non passeremo per campi né per vigne e non berremo l'acqua dei pozzi; seguiremo la via Regia, non devieremo né a destra né a sinistra, finché non avremo attraversato il tuo territorio»». Ma Edom gli rispose: «Tu non passerai da me; altrimenti uscirò contro di te con la spada». Gli Israeliti gli dissero: «Passeremo per la strada maestra; se noi e il nostro bestiame berremo la tua acqua, te la pagheremo: lasciaci soltanto transitare a piedi». Ma quegli rispose: «Non passerai!». Edom mosse contro Israele con molta gente e con mano potente. Così Edom rifiutò a Israele il transito nel suo territorio e Israele si tenne lontano da lui” (Numeri 20,14-21)

Anche se gli egiziani compirono una pulizia etnica verso gli ebrei perché considerati troppo numerosi e pericolosi politicamente, in caso di conflitto (Esodo 1,14-22), non dobbiamo dimenticare che molti anni prima li accolsero nel momento di bisogno, durante la carestia, ai tempi di Giuseppe ebreo e dei suoi fratelli con il padre Giacobbe (Genesi 46-50).

E’ curioso: la lingua ebraica non ama le parole astratte, per questo non conosce il termine “ospitalità”. E’ una lingua concreta come il popolo che la parla, che chiede e cerca azioni concrete più che vani ragionamenti. L’accoglienza vera cambia i piani e i ritmi della giornata. Quando non ha secondi fini è sempre portatrice di doni, di movimento nuovo e inatteso.

“Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa' pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce» (Genesi 18,1-7).

Piacque a Dio l’ospitalità di Abramo che senza saperlo lo accolse nella sua tenda, e per mostrare quanto l’aveva apprezzata, gli concesse il favore più grande che il patriarca potesse desiderare: gli diede un figlio. Ospitalità è sinonimo di sollecitudine, disponibilità, benevolenza, cortesia nei confronti di chi, forse prima di una casa chiede di essere accolto nella stima e nell’ascolto. Maria stessa, sorella di Lazzaro, accogliendo Gesù nella sua casa, sosta ai suoi piedi per ricordarci il primato dell’ascolto prima di ogni azione e urgenza. Una storia da accogliere, una vita da condividere per compiere insieme i passi successivi. “Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola” (Lc 10,38-39).

d. Andrea