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23 Mar

III^ domenica di Quaresima – anno C - 2019

“Così non si può andare avanti, tutti se ne approfittano, tutti imbrogliano, i soprusi sono sistematici, insopportabili e per giunta non s’intravvede nessuna prospettiva nuova. Anzi proprio quelli che avevano promesso speranza, presto ci hanno delusi!” Abbiamo sentito spesso lamentele come queste.

Lagnarsi è facile, più difficile è proporre soluzioni. Deprecare le violazioni dei diritti, stilare comunicati ufficiali, proclamare o gridare la propria indignazione, può anche portare qualche beneficio, ma il più delle volte le denunce, specie quando si riducono a gesti formali e a dichiarazioni diplomatiche, rimangono lettera morta. Ci siamo persi qualcosa?

Di fronte all’ingiustizia qualcuno si lascia prendere da una incontenibile irritazione, dal risentimento, dalla frenesia, dalla vendetta e giunge a compiere gesti inconsulti. Il ricorso alla violenza non ha mai dato risultati positivi, anzi ha sempre provocato guai, spesso irreparabili.

“Un giorno Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i loro lavori forzati. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo sotterrò nella sabbia. Il giorno dopo uscì di nuovo e vide due Ebrei che litigavano; disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo fratello?». Quegli rispose: «Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di potermi uccidere, come hai ucciso l'Egiziano?» (Es 2,11-14).

Ha un temperamento impulsivo Mosè, non sopporta prevaricazioni e angherie. Di fronte all’ingiustizia prova una prima soluzione: l’uso della violenza che lo porterà ad uccidere. Nessuna novità, niente è stato ritrovato in questa scelta. E’ il suo primo tentativo per cambiare il corso della storia di un popolo. Mosè ne uscirà sconfitto, costretto a fuggire e a isolarsi.

C’è un’altra scelta possibile: il disinteresse. E’ l’opzione di chi si rinchiude nel proprio piccolo mondo, evita di lasciarsi coinvolgere, anche solo emotivamente, dai drammi degli altri, a meno che gli avvenimenti politici non abbiano qualche ripercussione sulla sua vita personale o familiare. “Allora Mosè si levò a difendere le ragazze e fece bere il loro bestiame. Tornarono dal loro padre Reuèl e questi disse loro: «Come mai oggi avete fatto ritorno così in fretta?». Risposero: «Un uomo, un Egiziano, ci ha liberato dalle mani dei pastori; lui stesso ha attinto per noi e ha fatto bere il gregge». Quegli disse alle figlie: «Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!». Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Sipporà. (Es 2,17-22). Mosè ritrova pace e famiglia, e forse pensava fosse sufficiente. Cosa resta da fare? La realtà sociale, politica, economica del mondo ci interpella, non possiamo disinteressarcene, estraniarci, osservando dall’esterno come spettatori inerti.

“Dopo molto tempo il re d'Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza” (Es 2,23-24)… la storia la sappiamo: Dio sceglierà Mosè per l’ultimo passo del suo cambiamento. Lo porterà a ritrovare un modo nuovo di fare giustizia. Una via non violenta, ma di fedeltà e di coraggio. Una via di obbedienza profonda sostenuta da interventi divini.

Dobbiamo ritrovare, non le vecchie vie del mondo, ma la fede che converte il cuore, che supera ogni isolamento ed egoismo. Non c’è speranza nel denunciare, ma solo nel donare a Dio i nostri desideri più profondi, perché possa farli maturare per la salvezza di tutti.

d. Andrea

 

 

 

 

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