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01 Ago

XVIII domenica del T.O. – anno B – 2018

Il paradosso della vita è una certezza: tutti dobbiamo morire! Il sogno dell’uomo è, da sempre, avere la vita, la vita immortale. Sconsolato, anche il salmista concludeva: “Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba” (Sal 49,9-10). “Pur essendo breve come un soffio, questa vita è sacra e intangibile” (Sal 144,4).

Nella lingua ebraica il verbo vivere non è mai applicato alle piante o agli animali, ma solo all’uomo ed é usato come sinonimo di guarire, recuperare la salute, essere felice. Ovviamente malattia e dolore sono letti come segni di morte. Nasce una domanda: incontrare Gesù, conoscerlo, quale certezza offre all’uomo? Quali sono i bisogni che Gesù può soddisfare?

Dopo aver sfamato cinquemila persone che cercavano certezze in lui, …“Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»” (Gv 6,26-29). Gesù parla chiaro: la vita ha una parte biologica che ha bisogno di essere nutrita, e una parte interiore, quella eterna, che ha invece bisogno di nutrire per crescere. Credere è sperare oltre l’evidenza, è investire sulle realtà eterne facendo della propria vita un’offerta. Credere non in modo generico a “certezze” transitorie, mondane e ideologiche. La chiesa è chiamata da sempre ad essere annunciatrice e custode dell’unica certezza: Gesù Cristo! E’ lui che ha vinto la morte e ha salvato le nostre anime dall’abisso del peccato. E’ lui il Redentore e nessun altro!

Mi rattrista quella chiesa che cerca di avvicinarsi al mondo adottando la linea dell’ambiguità e della superficialità. Una chiesa che ha paura di parlare chiaro, in modo limpido, esigente e integro. In una società e in una cultura dominante della comunicazione ultraveloce, incapace di produrre ragionamenti logici, sembra che ci stiamo adattando, rinunciando alle certezze che ci sono state affidate. Si corre il rischio di toccare sempre le corde dell’emotività, senza mettere in moto la razionalità collegata alla fede. I padri della chiesa, i santi, insegnavano in modo chiaro che occorre separare il bene dal male, il vizio dalla virtù, il peccato dal retto comportamento, la pretesa di autonomia personale dall’osservanza dei comandamenti. Oggi, regnano non certezze ma il relativismo imperante, pronto ad accogliere tutto e a giustificare tutto.

Sembra in qualche modo finito il tempo delle certezze e della verità, colonne portanti del cristianesimo, per le quali i primi cristiani erano pronti al martirio. Di sicuro compiamo molte opere, ma Gesù ne chiede una sola: “«Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»”. Credere in lui è ritrovare ogni certezza.

“Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Gv 6,30-35).

d. Andrea

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