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22 Giu

Natività di San Giovanni Battista – XII^ domenica  - anno B - 2018

Dare il nome alle cose può essere sinonimo di verità. E’ il coraggio di riordinare la nostra vita, di varcare la soglia dell’umiltà. Dare il nome alle azioni della nostra vita, offre l’opportunità di verificare i frutti raccolti, e le emozioni che le hanno guidate.

Dare il nome alle cose, è denunciare ogni forma di ingiustizia, prendendo come riferimento valori antichi che tutelano la vita e il bene di ogni uomo.

Fin dalla Genesi, Dio consegna all’uomo il compito di dare il nome alla creazione: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome” (Gen 2,19); è’ il primo lavoro che il Signore ci affida, prima ancora di agire.

Ma dare il nome è anche indicare l’identità di una persona, o meglio ancora svelare il suo compito. “Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome»” (Lc 1,59-63).

“Zaccaria” significa “Dio si è ricordato” o “Dio si ricorda” le sue promesse. E’ il simbolo di Israele che lungo i secoli ha continuato a trasmettere di padre in figlio “il ricordo” delle profezie, senza mai vederne l’attuazione. Quando chiedono ad Elisabetta (il suo nome significa “Dio che giura”) quale sarà il nome di suo figlio, tutti si aspettavano il nome del padre, ma appare chiaro che il Battista non può essere chiamato “Zaccaria”. Nel  momento in cui diviene membro del popolo di Israele non dà semplicemente continuità alla stirpe e alla tradizione di suo padre – come pensavano parenti e vicini che non hanno avuto la rivelazione del cielo – ma segna l’inizio di una nuova epoca.

E’ finito il tempo del ricordo delle promesse; per l’umanità è spuntato il giorno in cui le profezie si compiono. A Zaccaria l’angelo ha indicato il nome voluto da Dio, “Giovanni” (Lc 1,13) che significa “Grazia che si ha, il Signore ha manifestato la sua bontà”.

Giovanni anticipa e inizia il tempo della misericordia, attuando le promesse di tutte le profezie. Ma è anche colui che accetta il compito più difficile per ogni uomo: quando si offre misericordia deve diminuire la superbia, l’orgoglio, la presunzione, per lasciare crescere la grazia, la conversione, la vita.

Giovanni parlando di sé dirà: “Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: «Non sono io il Cristo», ma: «Sono stato mandato avanti a lui». Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire»” (Gv 3,26-30).  Giovanni è il credente dalla coscienza retta, coraggiosa, che rifiuta ogni compromesso con il mondano. Incontra il mondo ma non si adatta al mondo. Giovanni incontra Dio e obbedisce a Dio, è Lui che deve crescere, io invece diminuire. Ecco: “Giovanni è il mio nome”.

d. Andrea

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