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08 Giu

X^ domenica T.O. anno B – 2018

Quanto ci piace parlare. Parlare per condividere, coinvolgere, anche se spesso diventa più un mormorare, un giudicare tutto e tutti. Parliamo raccontando i nostri progetti, le nostre delusioni e preoccupazioni, ma soprattutto, parliamo senza rivelare chi siamo, quello che accade dentro di noi, senza svelare la mancanza di senso della nostra vita. Le parole diventano sterili, vuote e spesso velenose, aggressive, prive di pace. Non siamo aiutati, educati, a comprendere che le parole nascono dall’ascolto. Si parla nella misura in cui si ascolta e non viceversa. Si ascolta, non per accogliere le chiacchiere del mondo, ma per indagare in cosa credere, in chi credere, perché solo allora parliamo veramente.

“Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l'inno di ringraziamento, per la gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne” (2Cor 4,13-18).

S.Paolo afferma chiaramente di parlare perché prima ha creduto, ha ascoltato e accolto l’unico messaggio che porta pace e senso alla nostra vita: Gesù risuscitato, risusciterà anche noi. Da questa parola tutta la nostra esistenza viene illuminata in maniera nuova. Prove, sofferenze, delusioni, invecchiamento, mancanza di forze non privano l’uomo della gioia profonda. Paolo descrive infatti la sua situazione interiore. “Non mi scoraggio – dichiara – anche se mi rendo conto che il mio corpo si va disfacendo”. All’indebolimento fisico, non corrisponde – assicura – un infiacchimento interiore; ogni giorno verifico la crescita in me dell’uomo nuovo destinato a rimanere per sempre. Questo pensiero che infonde in Paolo gioia e consolazione, è sviluppato nella contrapposizione fra la tribolazione presente, che è “leggera e momentanea” e la gloria futura, che è invece “eterna e smisurata”.

Paolo usa parole che orientano, invita a distogliere lo sguardo dalle cose visibili e a fissarlo su quelle invisibili che sono imperiture. Paolo non insegna a disprezzare le realtà di questo mondo, non esorta al disimpegno e al disinteresse di fronte ai problemi del mondo, ma invita a dare il giusto valore. I beni materiali non possono in alcun modo trasformarsi in idoli, non costituiscono il fine ultimo della nostra esistenza, L’uomo se ne serve per vivere, ma non per accumularli. Sa che questa vita non è definitiva, ha un inizio e ha una fine. Saggio è colui che la programma, tenendo presente che essa è solo una gestazione che prepara una nascita. Ogni parola pertanto, va accolta, alimentata e custodita a lungo, prima di essere portata alla luce.

“Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli” (2Cor 5,1). L’apostolo proclama la sua gioiosa certezza: quando verrà disfatto questo corpo, ne riceveremo uno nei cieli, non costruito da mani d’uomo. “Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi”.

d. Andrea

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