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25 Apr

V^ domenica di Pasqua anno B – 2018

Sempre curiose e affascinanti le parole. Possono essere pane che nutre o pietre che feriscono; balsamo che consola o arma che offende. La parola “rimanere”, rimanda a tante cose, apre spazi profondi, perché quando un uomo decide di rimanere, è pronto per scegliere. Rimanere, non è dunque solo fermarsi, sostare in un luogo, ma accogliere un incontro, gestire una relazione, impegnarsi e diventare adulto in un dialogo che porta alla maturazione. Rimanere per mutare e rinnovare ciò che si riconosce utile, prezioso, indispensabile.

Rimaniamo in silenzio per ascoltare e contemplare il mistero, per accedere alla consapevolezza che c’è bisogno di rallentare, per godere in pienezza ogni passione e desiderio.

“Gesù disse ai suoi discepoli: "Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,4-11).

Solo l’amore gratuito ti concede di rimanere. E’ questo amore che smaschera ogni fuga che vuole soddisfare l’illusione di nuovi piaceri da raggiungere. Solo rimanendo “dentro” una relazione, una fatica, un compito, si porta frutto, perché ci sia una memoria vissuta, ripetuta, dinamica fino alla manifestazione del Signore. Chi non accetta di rimanere, viene gettato via, perché tralcio inutile che disprezza il tempo, i valori, gli affetti nel deserto del dolore, dove tutto si secca. La nostra anima lontana dal Signore, lentamente si impoverisce, diventa insensibile, senza scrupoli, sempre più aggressiva e violenta: arriva la morte e tutto brucia.

Gesù invita a rimanere con le sue parole, perché possiamo purificare mente e spirito dai veleni del mondo. L’uomo che si disintossica dalle parole del mondo, e ogni giorno rimane con le parole del Signore, viene ascoltato e soddisfatto nei suoi desideri.

Rimanere nell’amore, contro ogni forma di massificazione, omologazione o pensiero unico. Rimanere con se stessi per essere se stessi. “Sta solo come l’albero, vivi in comunità come un bosco”, afferma un caro amico. Per capire in modo facile e concreto se siamo pronti e capaci di rimanere, Gesù invita i suoi discepoli e chi lo vuole seguire a rimanere nei suoi comandamenti. I comandamenti non sono un limite, un impedimento alle nostre azioni, ma lo spazio infinito in cui apprezzare la sua presenza e rispettare ciò che ci viene affidato.

L’uomo che impara a rimanere, impara a custodire per far ritorno. Il rimanere ti offre il vero movimento, il senso profondo della vita: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Si rimane per la gioia, la gioia vera e piena di chi si ricorda che non siamo a casa nostra, ma che ci troviamo in viaggio, in cammino, e dobbiamo tornare a casa. Questa casa è il cielo, l’eternità.

d. Andrea

 

 

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