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16 Set

XXV domenica T.O. anno C – 2016

Le catene sono sinonimo di schiavitù, di mancanza di libertà, di difficoltà nel movimento. Ma sono anche l’eredità fisica e spirituale che possiamo ricevere e tramandare per generazioni. La mia ipermetropia visiva, per esempio, è una catena del mio albero genealogico, così come la mia fede è il nuovo anello della testimonianza di chi mi ha educato cristianamente.

La catena può essere un peso, un impedimento, un limite, ma può diventare anche un compito, una responsabilità. Il Signore cerca sempre qualche cuore che gli sia fedele, che resti saldamente ancorato a lui, anche se il mondo che lo circonda è destinato a perire o ad essere purificato: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: «Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l'efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali?Venderemo anche lo scarto del grano». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:«Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere»” (Am 8,4-7).

Il profeta Amos (750 a.C.), denuncia una catena commerciale di ingiustizia che alimenta il peso delle catene di chi è già povero, schiavo, costretto a comprare “lo scarto del grano”. Un’economia che sollecita ad accelerare i tempi del culto per far ripartire quanto prima il mercato e “tornare a vendere”. Così oggi ci ritroviamo tutti con orologi e cellulari che ci danno scadenze e ritmi, anche durante la liturgia, anche alla presenza del Signore. Nelle nostre chiese e assemblee, suonerie e fretta, sono l’ipnosi collettiva che impediscono di cogliere le nostre catene. Il peso che accumuliamo dopo anni di stress, è solo il frutto di queste catene invisibili che abbiamo accettato in cambio di un presunto successo o di una vuota felicità.

E’ la catena del peccato, del compromesso con satana, che ci porta a giustificare ogni nostro atteggiamento, ogni nostra scelta, nascondendo le nostre decisioni con risposte: “così va il mondo, così va l’economia”. Rassegnati, ci facciamo comprare e vendere “per un paio di sandali” come schiavi, incatenati da debiti mai restituibili, che alimentano il debito pubblico e quello privato.

Siamo una generazione incatenata dalla menzogna di privilegi solo per pochi, alla superbia del più furbo “che usa bilance false” e bilanci falsi. Incatenati dal possesso dei beni terreni, ci facciamo rubare la gioia della verità e lo slancio della giustizia, della solidarietà, dei beni eterni che non arrugginiscono.

Siamo profeti solo se rimaniamo radicati e saldi nel Signore, se ci ricordiamo le nostre umili radici – Amos era un pecoraio – e denunciamo i soprusi. Nel IV secolo, il Vescovo Basilio condannerà gli usurai del suo tempo: “Tu sfrutti la miseria, ricavi denaro dalle lacrime, tu strangoli colui che è nudo, schiacci l’affamato”.

Portiamo le nostre catene, le nostre storie, all’altare del Signore per essere liberi di costruire una nuova economia, nuove relazioni, nuova liturgia, una nuova chiesa, liberati dal Suo amore. La sua parola è esigente, ma mai inganna. La sua parola è severa, ma mai abbandona. La sua parola libera e mai incatena.

d. Andrea

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