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27 Mag

CORPUS DOMINI 2016

Possiamo ricevere comandi o inviti nella vita. I comandi hanno l’obiettivo di costringere in tempi brevi ad obbedire ad un ordine che diventa azione e compito. Il comando obbliga ad agire contro la propria volontà e libertà, ma da forma e direzione per permettere ordine e vita.

L’invito invece lascia spazio e tempo per aderire alla proposta. L’invito non costringe, non impone ma sollecita, con un coinvolgimento personale, la nostra risposta. Comandi e inviti ci raggiungono ogni giorno, ma predispongono in maniera diversa alla maturazione della persona. Dio stesso li ha usati entrambi nella storia della salvezza per educare e alimentare il suo popolo e, la sua chiesa oggi. Quando la coscienza è debole e confusa servono comandi per educare. Ma diventati adulti e obbedienti, la coscienza desidera aderire per scelta e piacere alle proposte della vita, vagliando ogni invito, accoglierlo, amarlo.

Qual è l’invito di Gesù? Cosa ci ha lasciato?

Gesù non ha lasciato una sua statua, una sua fotografia, una sua reliquia. Ha voluto continuare a essere presente fra i suoi discepoli come “alimento”. Ci invita alla sua mensa ogni giorno. Il cibo non è posto sulla tavola per essere contemplato, ma per essere consumato. I cristiani che vanno a messa, ma non si accostano alla comunione, devono prendere coscienza che non stanno partecipando pienamente alla celebrazione eucaristica; è come se avessero accettato un comando e rifiutato l’invito!

Ma quanti impedimenti, quante situazioni morali ed etiche ci tengono lontani da questo cibo di comunione, cibo di vita eterna? Oggi diventa urgente proporre un cammino di accompagnamento per tutti coloro che sentono il desiderio di una comunione con il Signore, attraverso un tempo di preparazione e istruzione, ricordando però che ogni disobbedienza ai suoi comandi ci allontana dal suo invito.

 Il cibo accolto diviene parte di noi stessi. Mangiando il corpo e bevendo il sangue di Cristo accettiamo il suo invito a identificarci con lui. Diciamo a Dio e alla comunità che intendiamo formare con Cristo un unico corpo, desideriamo assimilare il suo gesto d’amore e intendiamo donare  la nostra vita ai fratelli, come egli ha fatto.

Questa scelta impegnativa non la facciamo da soli, ma assieme a tutta una comunità. L’eucarestia non è un alimento da consumarsi in solitudine: è pane spezzato e condiviso con i fratelli. Non è concepibile che, da un lato, venga posto il gesto che indica unità, condivisione, uguaglianza, donazione reciproca e dall’altro sia tollerato il perpetuarsi di contrasti, odi, gelosie, accaparramento di beni, sopraffazione.

Una comunità che celebra il rito dello “spezzare il pane” in queste condizioni indegne mangia e beve – come richiama Paolo – la propria condanna ( 1Cor 11,28-29). E’ una comunità che trasforma il sacramento in menzogna. E’ come una ragazza che, sorridendo, accetta dal fidanzato l’anello, simbolo di un legame d’amore indissolubile e, contemporaneamente, lo tradisce con altri amanti.

Il pane eucaristico è un dono, non un premio meritato e riservato ai buoni. E’ un pane offerto ai peccatori, a noi che ci predisponiamo, accettando l’invito a divenire ciò che ancora non siamo, così come il pane e il vino sono il frutto di una trasformazione degli elementi iniziali.

d. Andrea

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