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19 Feb

II domenica di Quaresima 2016

Qual è il motivo per cui dovremmo dire che qualcuno è nostro nemico? Come cristiani siamo chiamati solo alla comunione, alla solidarietà, alla pazienza, alla comprensione, alla misericordia? Potremmo professarci cristiani, ma vivere e pensare da pagani? Siamo chiamati all’amicizia con il mondo, con la sua mentalità, o siamo piuttosto stimolati in questo tempo a difendere valori irrinunciabili a costo di farci dei nemici?

San Paolo chiede di imitare la sua vita, perché da nemico di Cristo, persecutore violento, ha convertito il suo cuore; si è svegliato dal sonno che assopisce le coscienze e mantiene gli uomini nell’ignoranza: “Perché molti si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,17-19).

In questo tempo ci stiamo vantando delle nostre ipocrisie, stiamo oltraggiando il Signore con leggi immorali e ingiuste, proteggendo i nostri vizi, la nostra perdizione etica. Gesù nella sua vita ha affrontato molti nemici. Li ha trovati in ogni luogo: nella sua casa, nella sinagoga, nelle piazze, nel tempio, nei tribunali. Nonostante il suo desiderio salvifico, non ha potuto accettare il compromesso dell’ingiustizia, della menzogna, del peccato. Ha cercato di proporre una trasformazione, un cambiamento, perché tornassimo ad essere amici del Padre, a riconoscerlo guida e riferimento, per tutelare la vita e rinnegare ogni seduzione e inganno di morte. Stiamo abusando deformi del “ventre”, dei piaceri, come risposta corale alle emergenze di oggi. Senza spartito vogliamo cantare al cielo, stonati, senza il Maestro interiore che dirige e intona la melodia che salva.

Mi chiedo se per essere amico della croce di Cristo, basta solo confidare nella misericordia, o se piuttosto sia necessaria una conversione profonda. Mortificarsi significa morire e noi vogliamo vivere, non morire. La morte, qualunque aspetto assuma, ci appare sempre come un male. Ma non tutto quello che a noi sembra vita lo è realmente. Gli amici della croce di Cristo sono chiamati a rinunciare solo a ciò che non è vita, ad accogliere una metamorfosi senza tradire le radici cristiane, a non accogliere la “dittatura del relativismo” che si sta dispiegando in occidente. Potremmo cadere dal letto e vivere un risveglio doloroso, ma preghiamo insieme: “perché è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne”(Rm13,11-14).

Ci scuota il Signore dal torpore spirituale, ci apra la mente per assimilare la proposta del vangelo che si oppone alla logica del mondo. Incontreremo forse dei nemici, ma saremo svegli pronti a donare la vita, per la salvezza di molti cuori che ancora dormono.

d. Andrea

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