5 ciottoli

Switch to desktop
Home

 XXV^ domenica T.O. – anno B – 2021

Mi hanno sempre attratto ed affascinato quelle persone che sanno consegnare messaggi semplici per raccontare le cose difficili. Riuscire a risvegliare consapevolezza alle persone semplici, là dove sembra difficile attivarla. Proviamoci.

VIAGGIO

Pubblicato in Riflessioni

 246° XXIII^ domenica T.O. – anno B – 2021

Ci sono due tipi di viaggi: quello esterno, che ti porta lontano da casa, per visitare luoghi mai visti, abitati da persone diverse per storia, cultura, ritmi, abitudini, tradizioni, ideologie. E’ la ricerca della libertà e di emozioni nuove, ma non sempre questo viaggio ripaga e riempie le aspettative riposte. Il secondo è quello interno, che ti invita ad esplorare quell’infinito che è in noi, nella complessità e nell’avventura di chi ancora attende di essere istruito e orientato, nelle coordinate dello spirito, per ritrovare gioia e pace. E’ un viaggio per molti ritenuto inutile, giudicato troppo impegnativo, dove la consapevolezza e la verità sono considerate pericolo mortale.

 “Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!»(Mc 7,31-34).

 Possiamo leggere il vangelo anche per conoscere l’itinerario geografico della storia di Gesù. Un uomo che ha il coraggio di uscire dai confini “nazionali” (Tiro e Sidone - Libano), per poi incontrare uomini pagani nella Decàpoli ( tra Siria e Giordania) che lo cercano perché incapaci di risolvere i drammi della vita. Gesù compie un itinerario che lo porta lontano da casa, dalla sua gente, in terra ostile e all’apparenza poca adatta per ristorarsi. Ma come sempre accade, la vita ci consegna sorprese che superano i nostri pregiudizi.

 Gesù fa del suo viaggio un’occasione per incontrare, ascoltare, accogliere e guarire. Un viaggio pubblico, che diventa privato. Porta il sordomuto lontano dalla folla, in disparte, per compiere la liberazione-guarigione del malato. Qui opera il viaggio interno, nascosto ai più, riservato a che viaggia con fede, per vedere e ascoltare oltre il conosciuto. Viaggia con prudenza dentro quel mondo che con i suoi meccanismi di controllo e vigilanza, sempre più sofisticati, impedisce ogni azione libera che non sia protocollata. E’ quella scienza che nega il mistero e una verità assoluta.

 Gesù non si appoggia ad un tour operator per ottenere garanzie, non stipula assicurazioni per la vita, per evitare quegli imprevisti sempre presenti nei viaggi veri. Non è in un’area confort, né in una clinica privata, ma in terra di missione, terra malata che attende speranza. Non rimane spettatore e semplicemente meravigliato di ciò che incontra, ma entra nella storia di quegli uomini, consegnando loro un sospiro, non di rassegnazione o di indifferenza, ma un soffio che apre e guarisce.

 La terapia si svela gradualmente: mani, saliva, contatto, sguardo, sospiro, parola; come in ogni viaggio si accoglie tappa dopo tappa il suo svelarsi per gustare i cambiamenti in atto. E’ la vita nuova del battesimo, un viaggio sacramentale per avvicinarci all’amore vero.

 Oggi come cristiani siamo chiamati ad uscire dalle nostre comodità statiche, se vogliamo dare un senso profondo alla nostra fede. Una chiesa che non incontra non salva! Una chiesa che non osa viaggiare verso quei luoghi che ancora non ha visitato, all’apparenza lontani ma così vicini a noi, perde il suo mandato: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15).

 Gesù viene pregato di imporre le mani. E’ quel gesto ancora oggi visibile nell’azione sacramentaria della chiesa, per aiutare ogni uomo a viaggiare senza paura nelle vicende del mondo. Le mani inoperose rivelano e raccontano quelle chiusure che rallentano o addirittura impediscono ogni movimento. Le mani di Gesù vogliono servire il cielo.

 Non c’è mai un luogo sicuro nel viaggio, ma si può stare al sicuro se amiamo quel Dio che racconta il suo amore con chi annuncia il suo bene: “con il cuore si crede … con la bocca si fa la professione di fede per ottenere la salvezza. Chi crederà in Lui non rimarrà confuso … Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sonostati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!” (Rm 10,10-15).

 Ogni viaggio ci consegna un’esperienza, ma spetta a noi scegliere il messaggio da raccontare. Possiamo arrivare in terra straniera per isolarci, abitarla con paura e in totale egoismo. Oppure trasformare ogni incontro per aprire ai “sordomuti” gli orecchi e la bocca, perché possano iniziare la loro esperienza verso il cielo e la salvezza.

 Una comunità cristiana vive per allontanare la confusione nell’orientamento alla vita eterna. Abbiamo bisogno di credere, non per vaneggiare e sognare mete inesistenti, ma per procedere verso il Signore che rende vero il viaggio. Abbiamo bisogno di una nuova chiesa che sappia essere credibile, non perché ha una buona dottrina o un’ampia morale, ma perché è abitata da uomini che sono stati guariti, che hanno qualcosa da raccontare del loro viaggio interiore con il Signore.

 Tutto può rivelarsi inutile se rimaniamo “sordomuti”, se non accogliamo i racconti di chi incontriamo, la “parola viva” che salva, e non accettiamo di raccontare la nostra fede. Mettiamoci a servizio con amore per coloro che attendono semplicemente di essere accompagnati ad incontrare Cristo Risorto.

 

d. Andrea

 

ORO

Pubblicato in Riflessioni

 

XIX^ domenica T.O. anno B – 2021

Luccica, raro, costoso, desiderato, nascosto, conteso: è l’oro. Da quando sono bambino ho sempre sentito parlare della corsa all’oro. Non tanto per speculazioni in borsa, ma per quell’attrazione che questo metallo ha sempre avuto nella storia dell’uomo. A lui si attribuisce ricchezza, felicità ed eternità. Generazioni di uomini lo hanno cercato e desiderato.

 Scrivo questa pagina nei giorni delle olimpiadi, rinviate di un anno per una pandemia che ha interessato tutto il mondo. Un’edizione che passerà alla storia, per due medaglie d’oro italiane nell’atletica leggera, in due discipline mai conquistate: Marcell Jacobs nei cento metri piani, con un tempo di nove secondi e ottanta centesimi, e Gianmarco Tamberi nel salto in alto, con un’altezza di due metri e trentasette centimetri. Strepitoso e commovente anche per i “pagani sportivi”.

 Non mi soffermo nell’esaltare l’impresa sportiva dei due atleti, ma mi piace raccontare brevemente la loro storia. E’ la vita di due giovani pieni di speranze e sogni, che si sono scontrate con la dura realtà e la fatica. Viviamo di storie, ci piace ascoltarle perché possono istruire e consegnare “oro colato”. Come cristiano penso che ogni storia abbia bisogno di essere inserita nella “storia della salvezza”, ecco perché considero la “parola di Dio” il mio oro, perché in essa si racconta non solo la storia degli uomini, ma come alcune di queste siano diventate significative.

 Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. Egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Tornò per la seconda volta l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb” (1 Re 19,3-8).

 Elia, aveva trovato l’oro. Non quello del mondo, ma quello nascosto agli occhi del mondo: la fede in Dio. Da lui aveva ricevuto la chiamata e l’elezione a profeta, inviato tra gli adoratori pagani a smascherare menzogna e ipocrisia. Uno che mirava in alto, con l’asticella rivolta al cielo, sempre alla ricerca della verità e di una volontà non sua, ma custodita come tesoro prezioso. Era veloce nelle decisioni, come nessuno in quel tempo e nelle olimpiadi dello spirito aveva sconfitto più di cento avversari, adoratori di Baal. Ma un giorno qualcosa si è rotto. Sfinito e deluso pensa di essere solo e incapace di proseguire: vuole morire!

 Così per Gianmarco Tamberi nel 2016, in prossimità dei giochi olimpici di Rio de Janeiro, accade l’imprevisto: una rottura del legamento deltoide al piede sinistro. All’apice della preparazione atletica - in quell’anno aveva saltato in alto due metri e trentanove centimetri - la medaglia era cosa certa. La possibilità di lasciarsi morire in quei giorni è stata alta. Tutto sfumato, tanti sacrifici resi inutili in pochi istanti. Ma il Signore manda i suoi angeli, un padre che lo stimola, una buona equipe medica, una fidanzata d’oro che scrive sul gesso in quel periodo buio: “road to Tokio 2020” (poi corretto con 2021,) una ragazza che ha messo in secondo piano la sua vita, per portare questo atleta a dire: “proviamoci!”. Gianmarco accetta la fatica di ripartire.

 Marcell Jacobs, vive una rottura diversa, forse meno grave all’apparenza ma con tempi di recupero molto più lunghi. Dopo un anno dalla sua nascita, il padre lo abbandona e la madre da sola, con tanta fatica e sacrifici lo fa crescere. Una ferita aperta per lunghi anni, affrontata e guarita solo recentemente. Un “mental coach” e una squadra d’oro, gli riconsegna la forza per credere in sé e nei doni ricevuti. Una sofferenza che rende salda l’anima dell’uomo nuovo, che corre non per vanità ma per riscattare una vita che sembrava fallita.

 Elia riceve un aiuto inaspettato. Una “visita angelica” e un nuovo ristoro. Una voce interiore che lo invita a rialzarsi, a prendere in mano il suo gesso emotivo, come Gianmarco Tamberi, per ripartire. Pensava di essere rimasto solo, di non poter raggiungere la meta, il monte Oreb, alla ricerca di quell’oro così dimenticato dagli uomini che si accontentano delle ricchezze del mondo e non sanno desiderare il cielo.

 In questi giorni di agosto la chiesa ha vissuto il “Perdon d’Assisi”. L’eredità preziosa che Francesco d’Assisi ha lasciato ad ogni uomo; primatista per secoli nei “poveri in spirito”. Francesco è beato come pochi uomini nella sua categoria. E’ ripartito da zero, lasciando agli stolti e ai ciechi l’oro del mondo, per cercare fino all’ultimo respiro il senso profondo del nostro vivere: l’amore di Cristo e la sua misericordia, ricevuta e donata. Questo è l’uomo nuovo e ricco.

 Mi sono commosso nel vedere una vittoria sportiva nell’atletica leggera, tanto desiderata e forse inaspettata, come vorrei piangere anche per tutte quelle anime, che come Elia, trovano il coraggio della fedeltà in questo tempo, dove tutto sembra precipitare, dove Cristo viene rifiutato ed escluso dall’olimpiade delle nostre storie. E’ lui il vero “oro”! Senza di lui non c’è gioia eterna, ma semplici emozioni temporanee, per quanto intense. Mi piace pensare che questi atleti come il profeta Elia, abbiano incontrato angeli senza saperlo, abbiano quella fede che tanto commuove Dio, così rara in tanti cristiani e nella chiesa.

 L'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Elia - Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb”. Dobbiamo lasciarci toccare il cuore da Dio, per ritrovare la forza per rialzarci e rimetterci in cammino. Se lo fanno gli atleti per un’olimpiade, tanto più la loro determinazione ci doni l’esempio per impegnarci a ricostruire le nostre vite. Quei quaranta giorni sono il simbolo di un’intera vita dedicata per una vera esperienza salvifica e non solo dei brevi tentativi.

 Conosciamo la sconfitta e il fallimento, l’illusione e il pianto, la morte e il dolore, ma sono solo l’inizio di un cammino per farci umili e tornare con fede a sperare sul monte – l’Oreb. Lì c’è quel podio, offerto a tutti gli uomini che vogliono vivere ogni momento come un piccolo passo verso quell’oro che si chiama salvezza: Gesù risorto dona la pace e la gioia a suo tempo. Il tempo è prezioso, è come l’oro. Spetta a noi non sprecarlo.

 

d. Andrea